Manifestazione al Centro commerciale TANIT

Sabato 26 settembre si è svolta a Sassari presso il Centro Commerciale TANIT una giornata all’insegna dello sport, della concentrazione e del puro divertimento con il 2° Tanit Under 16. Giovani talenti della scacchiera si sono sfidati con passione per 8 intensi turni di gioco, regalando partite avvincenti fino all’ultima mossa. Spicca la partecipazione al torneo dei giovanissimi di Bancali seguiti dal loro Mister Nicolino Marras (padre del vincitore e della campionessa regionale under 8 Diletta).
A trionfare sul gradino più alto del podio è stato, come anticipato, Danilo Marras, autore di una prova straordinaria chiusa con ben 7 punti su 8. Al secondo posto, protagonista di un ottimo torneo, si è piazzato Diego Tanca con 6 punti, mentre il terzo gradino del podio è andato a Davide Tedde a quota 5 punti (in testa al torneo a punteggio pieno sino al 5° turno), davanti a un combattutissimo gruppo di inseguitori a pari punteggio.
Un plauso a tutti i partecipanti per l’impegno, il fair play e l’entusiasmo dimostrati sulla scacchiera!
Durante la manifestazione, corredata dalla presenza della scacchiera gigante che è stata utilizzata da molti bambini durante la giornata, c’è stata anche una simultanea su 10 scacchiere dell’Istruttore Sebastiano Paulesu, organizzatore dell’evento coadiuvato da Salvatore Fenu e Michele Devilla.
Un grazie speciale alla Direttrice del Centro TANIT Anna Maria Langiu che anche quest’anno ha fortemente voluto l’evento che è alla sua seconda edizione.

Igor Štohl, il grande maestro che insegna a leggere le partite
Introduzione
Nato a Bratislava il 27 settembre 1964, Igor Štohl è una delle figure più interessanti dello scacchismo slovacco moderno. Grande Maestro dal 1992, campione slovacco nel 1984 e vincitore del prestigioso torneo di Dortmund nel 1991, Štohl ha conosciuto la competizione di alto livello; tuttavia, il suo lascito più duraturo non risiede soltanto nei risultati agonistici. Risiede nel modo in cui ha insegnato a generazioni di giocatori a entrare dentro una partita, a comprenderne la logica e a distinguere fra la semplice mossa forte e l’idea che la rende possibile.[chessfocus]
La sua carriera ha un profilo raro e particolarmente significativo per chi insegna scacchi: Štohl è stato giocatore, teorico delle aperture, allenatore, collaboratore editoriale e autore. È attivo per ChessBase Magazine fin dal 1990 e la sua attività di analista è stata riconosciuta anche per la capacità di unire rigore tecnico, chiarezza espositiva e attenzione alle tendenze della teoria moderna.[shop.chessbase]
Un grande maestro della scuola slovacca
Štohl imparò a giocare a scacchi all’età di dieci anni. Ottenne il titolo di Maestro Internazionale nel 1983, a soli diciotto anni circa, e quello di Grande Maestro nel 1992. Il suo picco Elo fu 2600 nel luglio 1999, punteggio che allora collocava stabilmente un giocatore nella fascia dell’élite internazionale.
La sua vittoria più celebre come giocatore arrivò a Dortmund nel 1991, un torneo di grande prestigio nella tradizione europea. Štohl chiuse a 6 punti su 9 e prevalse allo spareggio davanti ad Aleksandr Černin; alle sue spalle figuravano, tra gli altri, Jurij Razuvaev e Kiril Georgiev. Non è un dettaglio soltanto statistico: Dortmund era e resta una sede in cui misurarsi contro giocatori di altissimo profilo significa entrare nel cuore della competizione internazionale.
Ha inoltre preso parte a cinque Olimpiadi degli scacchi, rappresentando prima la Cecoslovacchia e poi la Slovacchia. È un percorso che testimonia una presenza lunga e autorevole nel panorama nazionale e internazionale.
Il libro che lo ha reso indispensabile
Se si dovesse indicare un’opera per cui Igor Štohl è entrato stabilmente nella biblioteca dell’appassionato serio, il titolo sarebbe senza dubbio Instructive Modern Chess Masterpieces, pubblicato da Gambit nel 2001.
Il libro proponeva inizialmente cinquanta partite moderne, selezionate e commentate in profondità. Non si trattava però di una normale raccolta di “belle partite”. L’idea di Štohl era più ambiziosa: usare capolavori recenti per spiegare il pensiero scacchistico moderno, dal trattamento dell’apertura alle decisioni strategiche nel mediogioco, sino alla tecnica nei finali.[biblio]
L’opera vinse il Cramer Award per il miglior libro scacchistico del 2001, premio attribuito nell’ambito del giornalismo scacchistico statunitense. Il riconoscimento è significativo perché segnala una qualità che va oltre la correttezza delle varianti: il libro fu percepito come un contributo alla letteratura didattica contemporanea.[chess][en.chessbase]
La seconda edizione ampliata del 2009 aggiunse più di cento pagine e dodici ulteriori partite, estendendo la selezione fino al Campionato del Mondo di Città del Messico. In totale, il lettore si trova davanti a sessantadue partite trattate con un livello di analisi molto elevato.
Il metodo Štohl
L’aspetto più interessante per istruttori, studenti agonisti e lettori di libri tecnici è il metodo. Le annotazioni di Štohl non si limitano a dire quale sia la mossa migliore secondo il motore o secondo la teoria: cercano di ricostruire il problema affrontato dai giocatori.
Nelle sue analisi ricorrono quattro elementi particolarmente didattici:
- L’apertura viene inquadrata nella sua evoluzione storica e teorica, non presentata come una sequenza da imparare a memoria.
- Il lettore viene guidato verso i momenti critici della partita, cioè quei bivi nei quali il piano conta più della singola mossa.
- Le varianti sono dense, ma hanno una funzione esplicativa: mostrano perché una scelta sia corretta, insufficiente o addirittura impossibile.
- La partita viene letta come un’unità: apertura, mediogioco e finale sono parti di un unico processo decisionale.
Una recensione della seconda edizione ha collocato il volume nella tradizione dei grandi classici analitici, da Tarrasch a Nimzowitsch: libri nei quali l’analisi concreta non è mai separata dalla comprensione dell’evoluzione delle idee scacchistiche.
Per un allievo, questa è una lezione preziosa. Studiare una partita commentata da Štohl significa allenarsi a porsi domande migliori: qual è il piano? Quale debolezza è realmente importante? Perché un cambio favorisce un giocatore? Quale dettaglio tattico rende possibile una decisione strategica?
Štohl e Kasparov
Dopo il successo di Instructive Modern Chess Masterpieces, Štohl ha dedicato una parte rilevante del proprio lavoro a Garry Kasparov. I suoi libri sulle migliori partite del tredicesimo campione del mondo hanno ricevuto apprezzamenti nella stampa specializzata e sono stati tradotti in cinque lingue.
Il primo volume, Garry Kasparov’s Greatest Chess Games: Volume 1, pubblicato nel 2005, comprende 74 partite e copre la carriera di Kasparov fino al 1993, anno della rottura fra Kasparov e la FIDE. Štohl non sceglie Kasparov soltanto come soggetto biografico o celebrativo: lo utilizza come lente attraverso cui osservare lo sviluppo degli scacchi moderni, della preparazione d’apertura e dell’iniziativa dinamica.[scacco]
Qui emerge un’altra qualità dell’autore slovacco: la capacità di far convivere il fascino della grande storia scacchistica con la concretezza dell’allenamento. Le partite di Kasparov diventano così casi di studio: esempi di preparazione, calcolo, energia dinamica, comprensione delle strutture e volontà competitiva.
Perché leggerlo oggi
In un’epoca in cui il motore può produrre in pochi secondi una cascata di valutazioni e varianti, Štohl resta attuale proprio perché insegna una competenza che il motore non trasmette automaticamente: il criterio.
Sapere che una mossa è la prima scelta del computer non equivale a capirne il significato. L’annotatore umano di valore deve ordinare il materiale, scegliere le varianti decisive, indicare il piano e mettere in luce i passaggi che un giocatore può davvero interiorizzare. Questo è il terreno su cui Igor Štohl ha costruito la propria reputazione.
Per chi insegna, la sua opera suggerisce anche un criterio metodologico utile: una partita didattica non deve essere scelta esclusivamente perché brillante. Deve contenere un problema riconoscibile, una tensione strategica, uno snodo tattico o tecnico e una conclusione da cui l’allievo possa ricavare una regola operativa.
Igor Štohl è dunque molto più di un Grande Maestro con un buon curriculum. È uno dei migliori esempi di come la cultura scacchistica possa diventare didattica senza perdere profondità. Le sue partite e, ancor più, le sue annotazioni ricordano che imparare gli scacchi significa imparare a vedere: non soltanto le mosse, ma le idee che le generano.
Fair play negli scacchi

Convincere vale più che vincere
Negli scacchi il fair play non è un dettaglio cerimoniale: è la condizione che rende il risultato credibile, il confronto educativo e la vittoria davvero meritata. Significa rispettare regole, avversario, arbitro e gioco stesso; soprattutto, significa rifiutare l’idea che il fine — un punto, una coppa, qualche punto Elo — possa giustificare qualsiasi mezzo.
La parola inglese fair play viene spesso tradotta con “gioco leale”, ma il suo significato è più ampio: lealtà nella competizione, autocontrollo, rispetto della verità sportiva e responsabilità verso la comunità. Nella scacchiera, dove non esistono contatti fisici né arbitri che possono vedere ogni dettaglio della partita, questa dimensione interiore è ancora più importante: molte scelte corrette dipendono esclusivamente dalla coscienza del giocatore.
Il valore del risultato
Una partita di scacchi non è soltanto una successione di mosse legali. È un patto tra due persone: entrambi accettano le stesse regole e riconoscono che il valore del risultato dipende dalla correttezza del percorso.
Per questo il fair play si manifesta in gesti apparentemente semplici:
- stringere la mano, salutare o comunque iniziare e concludere con rispetto;
- annotare correttamente le mosse, quando previsto;
- non disturbare l’avversario, non commentare la partita, non cercare reazioni psicologiche scorrette;
- chiamare l’arbitro invece di discutere animatamente;
- accettare una sconfitta senza insulti, accuse impulsive o teatralità;
- non sfruttare strumenti esterni, consigli, dispositivi elettronici o motori di analisi;
- non avanzare accuse di cheating senza elementi concreti e senza seguire i canali appropriati.
La FIDE considera violazioni del fair play non solo l’uso deliberato di dispositivi elettronici o di suggerimenti esterni durante una partita, ma anche forme di manipolazione della competizione: combine, frodi sul rating, sandbagging, falsa identità e tornei fittizi. Le regole FIDE ricordano inoltre che anche le accuse manifestamente infondate di cheating possono costituire una violazione etica: proteggere il gioco significa dunque combattere sia l’imbroglio sia la calunnia.
Un gesto esemplare: Carlsen e Ding Liren
L’episodio più eloquente degli ultimi anni avvenne nel luglio 2020, durante la semifinale online del Chessable Masters fra Magnus Carlsen e Ding Liren.
Nella prima partita del match, Ding Liren si disconnesse in una posizione cruciale e perse per il problema tecnico. Carlsen avrebbe potuto limitarsi ad accettare il punto: formalmente il regolamento glielo consentiva. Ma il campione norvegese ritenne che quel vantaggio non rispecchiasse pienamente il valore scacchistico del confronto.
Nella partita successiva Carlsen cedette volontariamente la donna e abbandonò dopo appena quattro mosse, riportando il punteggio in parità. Poi vinse il match sul tavolo, nelle partite che seguirono. La sostanza del gesto è tutta qui: non rinunciò a competere, rinunciò a vincere grazie a un accidente tecnico dell’avversario.
La FIDE gli assegnò il Fair Play Svetozar Gligorić Trophy 2020, riconoscendo che, in una competizione ad alta posta in gioco, Carlsen aveva dimostrato che “vincere correttamente” conta più che vincere a qualunque costo.
Per chi insegna scacchi, questo è un episodio didatticamente prezioso. Non suggerisce che ogni inconveniente tecnico debba essere risolto unilateralmente dai giocatori — esistono arbitri, regolamenti e procedure — ma mostra una gerarchia di valori: prima la giustizia sportiva, poi il punteggio.
Il fair play oltre la scacchiera
Gli scacchi condividono con tutti gli sport una verità semplice: il gesto di correttezza diventa memorabile proprio quando costa qualcosa a chi lo compie.
Un esempio storico celeberrimo è quello di Eugenio Monti alle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964. Il bobista italiano mise a disposizione degli avversari britannici Tony Nash e Robin Dixon un componente necessario per riparare il loro mezzo. Gli inglesi poterono così gareggiare e conquistarono l’oro; Monti terminò con il bronzo. Alla domanda sul perché avesse aiutato avversari diretti, la risposta attribuita a Monti riassume perfettamente lo spirito sportivo: avevano vinto perché erano stati più veloci, non perché lui avesse prestato loro il pezzo.
Nel calcio, nel dicembre 2000, Paolo Di Canio rinunciò a segnare a porta vuota per fermare il pallone con le mani, dopo aver visto il portiere dell’Everton Paul Gerrard a terra infortunato. Era un’occasione concreta per ottenere un vantaggio; scelse invece di tutelare l’avversario.
Nel tennis, agli Internazionali d’Italia del 2005, Andy Roddick contestò un punto che gli era stato assegnato e che gli avrebbe consegnato la vittoria contro Fernando Verdasco. Roddick aveva visto che la palla dell’avversario era buona: segnalò l’errore, Verdasco rimase nel match e finì per vincerlo.
Questi casi non hanno tutti la stessa natura, ma presentano un filo comune: l’atleta rifiuta un vantaggio che gli appare contrario alla realtà o alla dignità della competizione.
La lezione per giovani scacchisti
Nell’attività scolastica e giovanile il fair play non deve essere ridotto a un richiamo finale del tipo “stringetevi la mano”. Va allenato come una competenza, al pari del calcolo delle varianti, della gestione del tempo e della capacità di analisi.
Un giovane scacchista può imparare che:
- perdere una partita non equivale a perdere valore personale;
- l’errore dell’avversario va punito sulla scacchiera, non provocato con comportamenti scorretti;
- una decisione arbitrale contestabile non autorizza a litigare: si espongono i fatti con calma e si lascia decidere all’arbitro;
- la correttezza online comprende il divieto assoluto di consultare motori, database, amici o familiari;
- non è leale abbandonare silenziosamente una partita dal vivo senza arrendersi o informare l’arbitro: i regolamenti FIDE qualificano questo comportamento come scortese e potenzialmente sanzionabile per scarso spirito sportivo.
Un esercizio utile dopo ogni torneo potrebbe essere questo: oltre a chiedere agli allievi quale sia stata la loro migliore combinazione, chiedere loro di raccontare un episodio in cui hanno rispettato l’avversario, gestito bene una sconfitta o risolto correttamente un problema. In questo modo il comportamento diventa parte della valutazione della prestazione, non un’aggiunta marginale.
Vincere sulla scacchiera, crescere fuori
Il fair play non chiede al giocatore di essere ingenuo, remissivo o incapace di lottare. Al contrario: impone di lottare fino in fondo con gli strumenti legittimi del gioco. Prepararsi bene, cercare l’iniziativa, sfruttare un errore tattico, giocare per il punto intero in una posizione complessa: tutto questo è perfettamente coerente con la sportività.
Ciò che il fair play esclude è un’altra cosa: cercare il vantaggio fuori dalla partita, nell’inganno, nell’intimidazione, nell’abuso delle regole o nella delegittimazione dell’avversario.
Una vittoria ottenuta con correttezza resta una vittoria anche dopo che la partita è stata dimenticata. Una vittoria ottenuta barando, manipolando o umiliando lascia invece un risultato privo della sua parte più importante: l’onore sportivo.
Negli scacchi, più che in molti altri giochi, nessuno può fare una mossa al posto nostro. Ed è proprio questa libertà a rendere il fair play una lezione tanto alta: scegliere la mossa corretta sulla scacchiera è importante; scegliere il comportamento corretto quando nessuno può obbligarci lo è ancora di più.