Re, generali e star del cinema: quando i famosi si siedono davanti alla scacchiera
Introduzione
Gli scacchi hanno una caratteristica rara: non fanno distinzioni. Davanti a 64 caselle e 32 pezzi l’imperatore e lo studente partono alla pari, ognuno con le sue idee e i suoi errori. Forse è per questo che, nei secoli, tantissimi personaggi famosi (condottieri, scienziati, artisti, attori, musicisti) hanno coltivato una passione vera per il “nobil giuoco”. Vediamone alcuni, tra curiosità, aneddoti e qualche leggenda da prendere con un pizzico di sale.

Sui campi di battaglia era un genio della strategia, ma sulla scacchiera molto meno. Napoleone amava giocare, però secondo i racconti dell’epoca era un giocatore impulsivo, che non accettava volentieri la sconfitta. L’aneddoto più famoso è la sfida contro il “Turco”, il celebre automa giocatore di scacchi presentato in tutta Europa. Il Turco in realtà era un trucco: dentro c’era nascosto un abile scacchista. Secondo la tradizione, Napoleone lo affrontò nel 1809 a Vienna e perse. Si racconta che abbia anche provato a fare mosse illegali per mettere alla prova la macchina, e che l’automa abbia reagito spazzando via i pezzi dalla scacchiera. Anche durante l’esilio a Sant’Elena gli scacchi lo accompagnarono fino agli ultimi anni.
Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti fu anche uno dei primi grandi “divulgatori” degli scacchi. Nel suo breve saggio “The Morals of Chess” (“La morale degli scacchi”) Franklin sostiene che il gioco insegna tre virtù utili nella vita:
- la previdenza, cioè guardare avanti e valutare le conseguenze;
- la circospezione, cioè osservare tutta la scacchiera e i rapporti tra i pezzi;
- la prudenza, cioè non muovere troppo in fretta.
Aggiunge anche un’altra lezione: non scoraggiarsi quando le cose vanno male, perché una posizione difficile si può ancora salvare. È un testo che ancora oggi si legge volentieri anche in classe.
Lenin, Che Guevara e Fidel Castro
Gli scacchi hanno avuto un posto importante anche nella storia politica del Novecento. Lenin era un appassionato giocatore, e dopo la Rivoluzione l’Unione Sovietica fece degli scacchi un vero programma educativo nazionale, da cui nacque la grande scuola sovietica. Ernesto “Che” Guevara era un giocatore entusiasta e, insieme a Fidel Castro, sostenne con forza gli scacchi a Cuba: nel 1966 L’Avana ospitò le Olimpiadi degli scacchi. Esistono anche fotografie del Che alla scacchiera con grandi maestri.
Einstein conosceva bene gli scacchi ed era amico di Emanuel Lasker, campione del mondo per 27 anni (e matematico anche lui). Curiosamente, Einstein non era un fanatico del gioco: lo trovava fin troppo coinvolgente e competitivo. Rispettava però moltissimo Lasker come pensatore e scrisse la prefazione a una sua biografia.
Jean-Jacques Rousseau e Voltaire
Nella Parigi del Settecento il luogo di ritrovo degli scacchisti era il Café de la Régence. Lì passarono filosofi, scrittori e intellettuali, tra cui Rousseau, che giocava con passione. Anche Voltaire era un giocatore abituale. Gli scacchi, all’epoca, erano parte della vita culturale dei caffè, come oggi una discussione sui social.
L’autore di “Alice nel Paese delle Meraviglie” era un matematico con la passione per i giochi logici. Il seguito, “Attraverso lo specchio”, è costruito proprio come una partita a scacchi: Alice parte come pedone e, attraversando la scacchiera casella dopo casella, arriva all’ottava traversa e diventa regina. È un’ottima idea per un’attività didattica con i più piccoli.
Lo scrittore di “Lolita” era un forte giocatore e soprattutto un appassionato compositore di problemi di scacchi. Il suo romanzo “La difesa di Lužin” racconta la vita di un grande maestro geniale e tormentato, ed è uno dei romanzi più belli mai scritti sugli scacchi.
Edgar Allan Poe, Stefan Zweig, Jorge Luis Borges
Poe dedicò un saggio al misterioso Turco, cercando di dimostrare che dentro doveva esserci un uomo. Stefan Zweig scrisse “Novella degli scacchi”, breve e intensissima, ancora oggi uno dei libri più letti sul tema. Borges dedicò al gioco due poesie intitolate “Scacchi”, in cui si chiede quale dio muova il giocatore che muove i pezzi.
Ecco un caso unico: uno degli artisti più importanti del Novecento, il padre dell’arte concettuale, a un certo punto disse in pratica di preferire gli scacchi all’arte. Duchamp raggiunse un livello da maestro e giocò per la Francia alle Olimpiadi degli scacchi. Una sua frase molto citata dice che non tutti gli artisti sono scacchisti, ma tutti gli scacchisti sono artisti.
Il grande compositore russo era un giocatore molto forte. In una simultanea del 1914 riuscì addirittura a battere José Raúl Capablanca, che di lì a pochi anni sarebbe diventato campione del mondo. Più tardi giocò anche contro altri grandi maestri e scrisse dei suoi incontri con grande entusiasmo.
Il leggendario musicista, cieco fin da bambino, era un appassionato giocatore. Usava una scacchiera speciale, con i pezzi distinguibili al tatto e fissati alle caselle. Un esempio bellissimo da raccontare agli allievi: gli scacchi sono davvero un gioco per tutti.
Il protagonista di “Casablanca” era uno scacchista vero, non solo sullo schermo. Era un buon giocatore di club, giocava anche per corrispondenza e affrontò grandi maestri in esibizione. Non è un caso che nel film “Casablanca” il suo personaggio, Rick, compaia mentre analizza una partita da solo.
Prima di diventare uno dei registi più grandi di sempre, il giovane Kubrick si guadagnava qualche dollaro giocando a scacchi nei parchi di New York. Diceva che gli scacchi gli avevano insegnato la pazienza e la disciplina nel prendere decisioni, qualità preziose anche sul set. In “2001: Odissea nello spazio” c’è una famosa partita tra l’astronauta Frank Poole e il computer HAL 9000, tratta da una vera partita giocata all’inizio del Novecento.
Ingmar Bergman e “Il settimo sigillo”
Non parliamo qui di un giocatore, ma di un’immagine entrata nella storia del cinema: un cavaliere che gioca a scacchi con la Morte per guadagnare tempo. È una delle scene più celebri e imitate di sempre, e mostra quanto gli scacchi siano diventati simbolo della sfida tra l’uomo e il destino.
Molte star di Hollywood ammazzavano le lunghe attese sul set davanti alla scacchiera. John Wayne era uno di questi, e sono numerose le fotografie che lo ritraggono mentre gioca tra una ripresa e l’altra.
Lennox Lewis e i fratelli Klitschko
Gli scacchi e la boxe sembrano mondi opposti, eppure diversi grandi pugili ne sono appassionati. L’ex campione dei pesi massimi Lennox Lewis parlava spesso dell’importanza degli scacchi per allenare la mente, e anche Vladimir Klitschko è un noto appassionato. Esiste perfino uno sport che unisce le due cose: il chess boxing, in cui si alternano round di scacchi e round di pugilato.
Una storia antica: re e regine
Per secoli gli scacchi furono il “gioco dei re”. Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, fece realizzare nel 1283 il “Libro dei giochi”, un manoscritto riccamente miniato che è uno dei documenti più preziosi della storia degli scacchi. In Italia, nel Rinascimento, il matematico Luca Pacioli scrisse un trattato sugli scacchi, e c’è chi ha ipotizzato che alcune illustrazioni possano essere legate a Leonardo da Vinci: un’ipotesi affascinante, ma ancora discussa dagli studiosi.
Perché tanti famosi amano gli scacchi?
Le ragioni sono molte, ma ne emergono tre:
- Allenano la mente. Concentrazione, memoria, capacità di pianificare: qualità utili a un generale come a un regista.
- Insegnano a perdere e a rialzarsi. Ogni sconfitta è una lezione, come ricordava Franklin.
- Sono un linguaggio universale. Non serve parlare la stessa lingua per giocare una partita.
Ed è forse questo il messaggio più bello da portare ai nostri allievi: gli scacchi non sono un gioco per pochi geni, ma una passione che ha unito imperatori, scienziati, artisti e campioni dello sport. Basta una scacchiera e la voglia di pensare.
E voi? Conoscete altri personaggi famosi appassionati di scacchi? Scrivetelo nei commenti.
Un’amicizia lunga una scacchiera

La pagina di oggi dello Scaccodiario è dedicata al mio amico Salvatore Fenu: uno dei più importanti Istruttori Nazionali SNaQ della Sardegna, ma anche un entusiasta sostenitore — e, non di rado, ispiratore! — del Metodo Ideografico.
Ci lega un’amicizia che risale ai primi anni Novanta, cresciuta insieme alla passione per l’insegnamento e la divulgazione della cultura scacchistica. Anzi, a dirla tutta, è stato proprio lui a trasmettermi il gusto di scoprire i “classici” della letteratura scacchistica: quei libri che non ti insegnano soltanto a giocare meglio, ma ti fanno amare ancora di più gli scacchi.
Ci siamo conosciuti nei tempi “eroici” — si fa per dire! — in cui la nostra formazione passava attraverso i pochi libri disponibili in italiano, le enciclopedie e gli Informatori jugoslavi. Abbiamo giocato insieme nelle squadre della nostra città, condividendo tante soddisfazioni e numerose promozioni nelle serie superiori. Con noi, in quel quartetto che ricordo con affetto, c’erano l’indimenticato amico Maurizio Figus e Federico Giovanni Tanda.
Salvatore è stato al mio fianco, come un vero “braccio destro”, anche nelle avventure dirigenziali: dal Circolo al Comitato Regionale, fino al mio impegno in Federazione. Ho sempre ascoltato con interesse le sue idee “strategiche” sulla diffusione degli scacchi nella società, anche quando non coincidevano con le mie. Del resto, tra amici, il confronto serve anche a questo: a guardare la posizione da un’altra prospettiva.
Su un punto, però, siamo sempre stati in piena sintonia: lo sviluppo degli scacchi passa, prima ancora che dall’attività agonistica, da un lavoro di alfabetizzazione ludica e interdisciplinare nelle scuole. Prima dei risultati vengono la scoperta del gioco, il piacere di imparare e la possibilità di coinvolgere tutti. È il lavoro spesso “invisibile” di tanti istruttori, che ogni giorno fanno conoscere il nostro gioco ben oltre la cerchia degli appassionati.
Anche sul piano didattico l’intesa è totale. Spesso è proprio Salvatore a spronarmi a formulare quei proverbi “intramuscolari”, come gli piace chiamarli: frasi lapidarie, capaci di lasciare il segno e di far ricordare un concetto. Utilizza il Metodo Ideografico nei suoi corsi e ci ritroviamo spesso a collaborare in progetti come “Tutti a Iscol@”, finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna per contrastare l’abbandono scolastico.
E naturalmente non poteva mancare, nel 2021, alla fondazione dell’ASD Romangia Scacchi a Sorso, insieme al presidente Antonio Roggio. Una nuova avventura, arrivata dopo l’amara esperienza della chiusura dello storico circolo Torres: il primo circolo scacchistico sardo affiliato alla FSI, dal 1971. Una realtà le cui esigenze, a mio avviso, non avevano trovato nelle istituzioni sassaresi l’ascolto e il sostegno che meritavano.
Con Salvatore, insomma, abbiamo condiviso partite, libri, progetti e qualche inevitabile delusione. Ma soprattutto ci accompagna ancora la stessa voglia di far conoscere gli scacchi e di trasmetterne il piacere agli altri. E questa, dopo tanti anni, resta la nostra intesa più bella.
Lo scacco intermedio

Introduzione
Nel corso di una partita di scacchi non c’è sensazione più inebriante del condurre un assedio metodico: i pezzi stringono d’assedio il monarca avversario, i pedoni nemici crollano uno dopo l’altro e la vittoria sembra soltanto questione di calcolo lineare. Eppure, proprio quando la fortezza nemica appare sul punto di cedere, una mossa apparentemente estranea allo spartito fa crollare l’intero edificio dell’attaccante.
Quella mossa è quasi sempre uno scacco intermedio (zwischenschach, o in-between check).
Tra tutte le risorse tattiche e difensive a disposizione di chi si trova sotto pressione, lo scacco intermedio è forse la più letale: possiede un’efficacia coercitiva assoluta perché, attaccando direttamente il re, sospende istantaneamente le minacce avversarie e obbliga l’assediante a una risposta immediata, mandando all’aria ore di meticolosa preparazione posizionale.
L’anatomia dello scacco intermedio e la psicologia dell’attaccante
Per comprendere perché lo scacco intermedio sia così devastante contro un assedio, bisogna guardare alla mente del giocatore che attacca. Come spiega acutamente il grande maestro Dražen Marović, una mossa intermedia (zwischenzug) non appartiene al normale flusso logico della combinazione:
- Chi pianifica un assedio o una sequenza forzante tende a calcolare mosse collegate da uno scopo uniforme (cattura-ripresa, spinta-blocco).
- La mossa intermedia, al contrario, è un pensiero isolato, brusco e improvviso che non segue il binario prestabilito.
Proprio per questa sua natura eccentrica, la mossa intermedia sfugge quasi sempre alla vista di chi ha impostato l’offensiva, mentre viene scoperta dal difensore che analizza criticamente ogni spiraglio della posizione. Se questa mossa è addirittura uno scacco al Re, il suo potere distruttivo si moltiplica: non c’è modo di ignorarla né di contro-minacciare. Il ritmo dell’attacco si spezza e l’iniziativa cambia padrone in un solo tempo.
Il guadagno di tempo e la rottura dell’assedio nel finale
Se nel mediogioco lo scacco intermedio può rovesciare un attacco di matto, nei finali di partita esso rappresenta il confine esatto tra una sconfitta inevitabile e un clamoroso salvataggio.
- La conquista del tempo decisivo: Alexander Panchenko definisce lo scacco intermedio uno strumento indispensabile, specialmente nella lotta tra torre e pedoni o nei finali di soli pezzi pesanti, poiché consente di guadagnare un tempo prezioso o di congelare la posizione del monarca avversario.
- Respingere il Re assediante: Mark Dvoretsky e Artur Yusupov evidenziano come un tipico zwischenschach permetta al difensore di allontanare il Re avversario dalle case ideali di appoggio o di penetrazione (ad esempio costringendolo a retrocedere di una traversa proprio nel momento culminante della corsa a promozione), guadagnando la frazione di secondo necessaria per riorganizzare la difesa.
- Il potere salvifico dello scacco continuo: Jacob Aagaard dedica un intero capitolo del suo trattato sui finali di torre al principio «Check the checks!» («Attento agli scacchi!»). Aagaard sottolinea che gli scacchi costituiscono la risorsa difensiva per eccellenza: è precisamente per la costante presenza di scacchi intermedi e molestie laterali che i finali di torre e di donna vantano una percentuale di patte enormemente più alta rispetto a qualsiasi altro finale.
Le tre forme tipiche in cui lo scacco spezza l’assedio
Analizzando la casistica presentata dai grandi maestri e studisti, lo scacco intermedio risolve l’assedio principalmente attraverso tre meccanismi:
1. Lo scacco di sgombero o deviazione
L’attaccante ha predisposto una rete perfetta, ma il suo stesso Re si trova in una posizione geometricamente esposta. Come documentato da Van Perlo nella sua enciclopedia della tattica nei finali, l’inserimento di uno scacco improvviso forza il Re a uscire dal proprio rifugio o ad abbandonare la difesa di un pezzo chiave, lasciando la posizione assediante priva di coordinazione.
2. L’interposizione con guadagno di tempo
In molte corse di pedoni passati sostenuti da pezzi pesanti, il difensore non avrebbe il tempo materiale di posizionarsi sulla traversa o colonna corretta. Dvoretsky mostra come l’inserimento di uno scacco intermedio obblighi il monarca nemico a muoversi, consentendo alla torre o al pezzo difensore di riposizionarsi a sbarramento della corsia proprio grazie al tempo regalato dall’avversario.
3. Lo scacco della «torre disperata» (desperado) e il rifugio nello stallo
Quando l’assedio è totale e la posizione materiale appare disperata, lo scacco intermedio diventa lo strumento supremo per forzare la patta. Con il proprio Re immobilizzato e privo di case legali, il difensore sacrifica ripetutamente la propria torre offrendo scacchi a raffica contro il Re nemico (desperado rook): se l’avversario rifiuta il pezzo deve continuare a fuggire dagli scacchi, se lo cattura la partita termina all’istante per stallo.
Come addestrare lo sguardo alla scacchiera
Per fare proprio questo principio proverbiale durante le partite a tavolino occorre sviluppare una doppia disciplina mentale:
- Quando sei tu ad assediare: non dare mai per scontata la risposta dell’avversario. Prima di effettuare una cattura o una spinta che ritieni decisiva, chiediti sempre: «Quali scacchi legali ha a disposizione il mio avversario?». Anche lo scacco che a prima vista sembra un’inutile perdita di materiale può nascondere una trappola mortale.
- Quando sei tu sotto assedio: non limitarti a difendere passivamente le minacce dirette. Quando la tua posizione sembra ormai compromessa, cerca attivamente l’anomalia geometrica: un pezzo sacrificabile che dia scacco, un salto di cavallo o una manovra di torre che costringa il Re nemico a fare un passo falso.
Bibliografia ragionata
Per approfondire la teoria, la psicologia e le applicazioni pratiche dello scacco e della mossa intermedia, si raccomanda lo studio delle seguenti opere presenti nella letteratura scacchistica:
- Dražen Marović – Secrets of chess transformation
Un’analisi fondamentale sulla psicologia del calcolo scacchistico. Marović scompone la genesi della mossa intermedia (zwischenzug), spiegando perché chi combina tende a escluderla dalle proprie varianti e come essa costituisca l’arma principale del controgioco critico. - Mark Dvoretsky & Artur Yusupov – Technique for the tournament player & School of chess excellence (Vol. 7: Endgame analysis)
Le opere maestre per comprendere l’uso tecnico dello zwischenschach nei finali pratici. Dvoretsky illustra decine di esempi in cui l’interposizione di un singolo scacco altera la geometria delle case, respinge il Re nemico e trasforma posizioni perse in patte. - Jacob Aagaard – Conceptual rook endgames
Nel capitolo «Check the checks!», Aagaard formalizza il potere dello scacco come risorsa difensiva dominante nei finali complessi, dimostrando perché la mancata considerazione degli scacchi intermedi sia la causa primaria di vittorie sfumate ad alto livello. - Alexander Panchenko – Mastering endgame technique (Panchenko 2)
Un manuale didattico d’eccellenza che dedica sezioni specifiche allo scacco intermedio nei finali di torre contro pedoni, spiegando come fissare il Re nemico o guadagnare il tempo indispensabile per il blocco. - Gerd van Perlo – Van Perlo’s endgame tactics
L’opera di riferimento per eccellenza sulle risorse tattiche nascoste nei finali. Raccoglie centinaia di esempi tratti dalla pratica magistrale in cui assedi apparentemente inespugnabili vengono infranti da scacchi intermedi inattesi, trappole di stallo e pezzi disperati. - Yuri Averbakh & Nikolai Kopayev – Comprehensive chess endings (Vol. 5: Rook endings)
Il capolavoro enciclopedico sui finali di torre. Codifica con precisione scientifica i momenti in cui la torre difensiva deve ricorrere al bombardamento di scacchi da dietro o di lato e all’uso della «torre disperata» per neutralizzare l’avanzata dei pedoni e del Re attaccante.