Con poche mosse di pedone cose grosse fa il campione.
La responsabilità dei pedoni in apertura

Se François-André Philidor fissò il pilastro concettuale secondo cui «i pedoni sono l’anima degli scacchi» — individuando nell’ossatura pedonale la mappa genetica su cui poggia l’intera manovra dei pezzi —, l’evoluzione della teoria moderna ha progressivamente affilato questo assioma. Il giocatore maturo sa che muovere un pedone non è una manovra di sviluppo, ma una decisione architettonica definitiva.
1. La regola dell’economia: Il valore del tempo.
In fase di apertura, ogni mossa risponde a un imperativo categorico: mobilitare le forze verso il centro prima che le linee si aprano. Tra i dieci principi cardine formulati da Reuben Fine nel suo trattato classico, la regola numero 5 stabilisce un confine perentorio:
«Esegui una o due mosse di pedone nell’apertura, non di più.»
La ragione didattica e strategica è limpida. Mark Dvoretsky e Artur Yusupov ammoniscono costantemente contro lo spreco di tempi: avanzare i pedoni di torre o muovere ripetutamente la catena pedonale sottrae tempi preziosi alla mobilitazione attiva dei pezzi leggeri. Nelle prime battute, il tempo possiede spesso un valore superiore al materiale stesso: un ritardo di sviluppo non si colma facilmente contro un avversario che controlla le linee di comunicazione.
Muovere pedoni senza sviluppare pezzi equivale — per usare l’efficace metafora di Lev Polugayevsky — a presentarsi sul terreno di scontro come «un cacciatore senza fucile».
2. L’irreversibilità e il pericolo del “Gancio” (Hook)
A differenza di Alfieri, Cavalli, Torri e Donne, i pedoni condividono un vincolo geometrico ed ontologico: non possono tornare indietro.
Come osserva Jacob Aagaard, ogni spinta di pedone modifica permanentemente lo scacchiere: allenta il controllo sulle case adiacenti e retrostanti, creando “buchi” e punti d’appoggio (outpost) che non potranno mai più essere difesi naturalmente da un altro pedone. Inoltre, avvicinando il pedone alle linee nemiche, la spinta lo trasforma spesso in un “gancio” (hook), un punto di contatto su cui l’avversario può orchestrare una rottura di linee tempestiva.
William Hartston ribadisce questo principio esortando a non toccare mai un pedone senza aver prima radiografato le case che esso si lascia sguarnite alle spalle. Da Siegbert Tarrasch a Yakov Neishtadt, la letteratura dimostra come avanzamenti prematuri creino debolezze organiche irreversibili, fornendo alla controparte leve d’attacco su cui concentrare il fuoco dei propri pezzi.
3. L’inganno dell’iper-espansione: dalla teoria classica alla Difesa Alekhine
La scuola ipermoderna ha magistralmente dimostrato come occupare il centro con una muraglia di pedoni possa rivelarsi un’illusione tossica. Se la massa pedonale avanza senza il solido e tempestivo sostegno dei pezzi, non rappresenta una conquista di spazio, ma un bersaglio statico.
L’esempio più paradigmatico resta la Difesa Alekhine (1.e4 Cf6 2.e5 Cd5 3.c4 Cb6 4.d4):
- Il Bianco viene psicologicamente e tatticamente indotto ad avanzare ripetutamente i pedoni centrali per molestare il Cavallo nero.
- Il risultato, analizzato con rigore da Alexei Suetin, è una catena centrale iper-estesa, crivellata da case deboli e priva di sviluppo armonico, che il Nero demolisce sistematicamente con rotture mirate (
...d6,...c5).
Polugayevsky insisteva sul fatto che ogni singolo passo di pedone deve essere guidato da un elevatissimo senso di responsabilità: una volta spinto, il pedone crea una scultura immutabile; se l’edificio poggia su fondamenta vuote, l’intero schieramento crolla.
4. Fare “cose grosse” con un solo pedone: chirurgia posizionale
Limitare le mosse di pedone non significa rinunciare all’iniziativa; significa concentrarne l’efficacia in colpi essenziali ed economici:
La risposta 1...c5 nella Difesa Siciliana: Con una singola mossa di un pedone laterale, il Nero contende il centro (la casa d4), squilibra la posizione e prepara uno scambio posizionalmente vantaggioso (pedone ‘c’ dell’ala contro pedone centrale ‘d’ del Bianco), conservando intatta la mobilità dei propri pezzi centrali.
- Le rotture tematiche e l’Attacco di Minoranza: Una spinta calcolata (come
b4nell’attacco di minoranza, o le reazioni di rottura...c5/...d5nei sistemi chiusi) ha la forza di sgretolare complessi di pedoni apparentemente invulnerabili o di indurre una “seconda debolezza” fatale nel campo avversario.
Il campione non muove i pedoni per occupare caselle a caso; muove l’unico pedone necessario per aprire la diagonale, liberare una colonna o sgretolare il centro nemico. Tutto il resto è economia dei tempi e cooperazione tra i pezzi.
Bibliografia Ragionata
- Aagaard, Jacob – GM Preparation: Thinking Inside the Box (Quality Chess, 2017)
Testo fondamentale per la comprensione della geometria dei pedoni e del concetto di “gancio” (hook). Aagaard formalizza il vincolo dell’irreversibilità del pedone e le sue implicazioni profilattiche nella dinamica di rottura.
- Chernev, Irving – Logical Chess: Move By Move (Faber & Faber, 1957)
Opera propedeutica imprescindibile che illustra la logica di Tarrasch e l’approccio classico: ogni mossa deve avere uno scopo chiaro e gli avanzamenti non necessari di pedone vengono sistematicamente puniti come cessioni ingiustificate di case forti.
- Dvoretsky, Mark & Yusupov, Artur – Opening Preparation / Secrets of Opening Preparation (Olms / Batsford)
Trattazione di riferimento della scuola sovietica d’élite sul rapporto di conversione tra tempo e spazio. Gli autori chiariscono l’assoluta priorità dello sviluppo rispetto alle manovre pedonali dispersive.
- Fine, Reuben – The Ideas Behind the Chess Openings (David McKay, 1943)
La codifica dei principi fondamentali dell’apertura. La quinta regola («una o due mosse di pedone») resta la pietra angolare per impostare una transizione sana ed equilibrata verso il mediogioco.
- Hartston, William – Teach Yourself Better Chess (Hodder & Stoughton, 1997)
Guida sintetica ma profonda sulla profilassi elementare, incentrata sull’attenzione meticolosa verso le case sguarnite alle spalle di ogni avanzamento pedonale.
- Neishtadt, Yakov – Paul Keres Chess Master Class (Pergamon Press, 1983)
Monografia che analizza il trattamento dinamico e impeccabile dell’iniziativa nel gioco di Keres, evidenziando come lo sfruttamento delle debolezze create da spinte avversarie affrettate costituisca la base del contrattacco.
- Philidor, François-André – Analyse du jeu des Échecs (1749)
La genesi del pensiero strategico moderno: la celebre formulazione dell’anima degli scacchi che ha inaugurato lo studio della struttura pedonale come scheletro della partita.
- Polugayevsky, Lev – The Sicilian Labyrinth, Voll. 1 & 2 (Pergamon Russian Chess Series, 1991)
Testamento teorico di uno dei massimi analisti della Siciliana. Il testo approfondisce l’etica e la responsabilità della spinta di pedone, unita alla condanna del ritardo di sviluppo (la metafora del “cacciatore senz’armi”).
- Suetin, Alexei – Modern Chess Opening Theory (Pergamon Press, 1965)
Analisi rigorosa della tensione centrale, dell’iper-estensione e della vulnerabilità delle strutture avanzate, con focus applicativo sulle dinamiche della Difesa Alekhine.
- Yusupov, Artur – Boost Your Chess 2: Beyond the Basics (Quality Chess, 2010)
Manuale metodologico strutturato per l’assimilazione delle direttive posizionali: Yusupov declina la parsimonia dei pedoni in regole pratiche di coordinazione e prevenzione delle debolezze strutturali.
Re, generali e star del cinema: quando i famosi si siedono davanti alla scacchiera
Introduzione
Gli scacchi hanno una caratteristica rara: non fanno distinzioni. Davanti a 64 caselle e 32 pezzi l’imperatore e lo studente partono alla pari, ognuno con le sue idee e i suoi errori. Forse è per questo che, nei secoli, tantissimi personaggi famosi (condottieri, scienziati, artisti, attori, musicisti) hanno coltivato una passione vera per il “nobil giuoco”. Vediamone alcuni, tra curiosità, aneddoti e qualche leggenda da prendere con un pizzico di sale.

Sui campi di battaglia era un genio della strategia, ma sulla scacchiera molto meno. Napoleone amava giocare, però secondo i racconti dell’epoca era un giocatore impulsivo, che non accettava volentieri la sconfitta. L’aneddoto più famoso è la sfida contro il “Turco”, il celebre automa giocatore di scacchi presentato in tutta Europa. Il Turco in realtà era un trucco: dentro c’era nascosto un abile scacchista. Secondo la tradizione, Napoleone lo affrontò nel 1809 a Vienna e perse. Si racconta che abbia anche provato a fare mosse illegali per mettere alla prova la macchina, e che l’automa abbia reagito spazzando via i pezzi dalla scacchiera. Anche durante l’esilio a Sant’Elena gli scacchi lo accompagnarono fino agli ultimi anni.
Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti fu anche uno dei primi grandi “divulgatori” degli scacchi. Nel suo breve saggio “The Morals of Chess” (“La morale degli scacchi”) Franklin sostiene che il gioco insegna tre virtù utili nella vita:
- la previdenza, cioè guardare avanti e valutare le conseguenze;
- la circospezione, cioè osservare tutta la scacchiera e i rapporti tra i pezzi;
- la prudenza, cioè non muovere troppo in fretta.
Aggiunge anche un’altra lezione: non scoraggiarsi quando le cose vanno male, perché una posizione difficile si può ancora salvare. È un testo che ancora oggi si legge volentieri anche in classe.
Lenin, Che Guevara e Fidel Castro
Gli scacchi hanno avuto un posto importante anche nella storia politica del Novecento. Lenin era un appassionato giocatore, e dopo la Rivoluzione l’Unione Sovietica fece degli scacchi un vero programma educativo nazionale, da cui nacque la grande scuola sovietica. Ernesto “Che” Guevara era un giocatore entusiasta e, insieme a Fidel Castro, sostenne con forza gli scacchi a Cuba: nel 1966 L’Avana ospitò le Olimpiadi degli scacchi. Esistono anche fotografie del Che alla scacchiera con grandi maestri.
Einstein conosceva bene gli scacchi ed era amico di Emanuel Lasker, campione del mondo per 27 anni (e matematico anche lui). Curiosamente, Einstein non era un fanatico del gioco: lo trovava fin troppo coinvolgente e competitivo. Rispettava però moltissimo Lasker come pensatore e scrisse la prefazione a una sua biografia.
Jean-Jacques Rousseau e Voltaire
Nella Parigi del Settecento il luogo di ritrovo degli scacchisti era il Café de la Régence. Lì passarono filosofi, scrittori e intellettuali, tra cui Rousseau, che giocava con passione. Anche Voltaire era un giocatore abituale. Gli scacchi, all’epoca, erano parte della vita culturale dei caffè, come oggi una discussione sui social.
L’autore di “Alice nel Paese delle Meraviglie” era un matematico con la passione per i giochi logici. Il seguito, “Attraverso lo specchio”, è costruito proprio come una partita a scacchi: Alice parte come pedone e, attraversando la scacchiera casella dopo casella, arriva all’ottava traversa e diventa regina. È un’ottima idea per un’attività didattica con i più piccoli.
Lo scrittore di “Lolita” era un forte giocatore e soprattutto un appassionato compositore di problemi di scacchi. Il suo romanzo “La difesa di Lužin” racconta la vita di un grande maestro geniale e tormentato, ed è uno dei romanzi più belli mai scritti sugli scacchi.
Edgar Allan Poe, Stefan Zweig, Jorge Luis Borges
Poe dedicò un saggio al misterioso Turco, cercando di dimostrare che dentro doveva esserci un uomo. Stefan Zweig scrisse “Novella degli scacchi”, breve e intensissima, ancora oggi uno dei libri più letti sul tema. Borges dedicò al gioco due poesie intitolate “Scacchi”, in cui si chiede quale dio muova il giocatore che muove i pezzi.
Ecco un caso unico: uno degli artisti più importanti del Novecento, il padre dell’arte concettuale, a un certo punto disse in pratica di preferire gli scacchi all’arte. Duchamp raggiunse un livello da maestro e giocò per la Francia alle Olimpiadi degli scacchi. Una sua frase molto citata dice che non tutti gli artisti sono scacchisti, ma tutti gli scacchisti sono artisti.
Il grande compositore russo era un giocatore molto forte. In una simultanea del 1914 riuscì addirittura a battere José Raúl Capablanca, che di lì a pochi anni sarebbe diventato campione del mondo. Più tardi giocò anche contro altri grandi maestri e scrisse dei suoi incontri con grande entusiasmo.
Il leggendario musicista, cieco fin da bambino, era un appassionato giocatore. Usava una scacchiera speciale, con i pezzi distinguibili al tatto e fissati alle caselle. Un esempio bellissimo da raccontare agli allievi: gli scacchi sono davvero un gioco per tutti.
Il protagonista di “Casablanca” era uno scacchista vero, non solo sullo schermo. Era un buon giocatore di club, giocava anche per corrispondenza e affrontò grandi maestri in esibizione. Non è un caso che nel film “Casablanca” il suo personaggio, Rick, compaia mentre analizza una partita da solo.
Prima di diventare uno dei registi più grandi di sempre, il giovane Kubrick si guadagnava qualche dollaro giocando a scacchi nei parchi di New York. Diceva che gli scacchi gli avevano insegnato la pazienza e la disciplina nel prendere decisioni, qualità preziose anche sul set. In “2001: Odissea nello spazio” c’è una famosa partita tra l’astronauta Frank Poole e il computer HAL 9000, tratta da una vera partita giocata all’inizio del Novecento.
Ingmar Bergman e “Il settimo sigillo”
Non parliamo qui di un giocatore, ma di un’immagine entrata nella storia del cinema: un cavaliere che gioca a scacchi con la Morte per guadagnare tempo. È una delle scene più celebri e imitate di sempre, e mostra quanto gli scacchi siano diventati simbolo della sfida tra l’uomo e il destino.
Molte star di Hollywood ammazzavano le lunghe attese sul set davanti alla scacchiera. John Wayne era uno di questi, e sono numerose le fotografie che lo ritraggono mentre gioca tra una ripresa e l’altra.
Lennox Lewis e i fratelli Klitschko
Gli scacchi e la boxe sembrano mondi opposti, eppure diversi grandi pugili ne sono appassionati. L’ex campione dei pesi massimi Lennox Lewis parlava spesso dell’importanza degli scacchi per allenare la mente, e anche Vladimir Klitschko è un noto appassionato. Esiste perfino uno sport che unisce le due cose: il chess boxing, in cui si alternano round di scacchi e round di pugilato.
Una storia antica: re e regine
Per secoli gli scacchi furono il “gioco dei re”. Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio, fece realizzare nel 1283 il “Libro dei giochi”, un manoscritto riccamente miniato che è uno dei documenti più preziosi della storia degli scacchi. In Italia, nel Rinascimento, il matematico Luca Pacioli scrisse un trattato sugli scacchi, e c’è chi ha ipotizzato che alcune illustrazioni possano essere legate a Leonardo da Vinci: un’ipotesi affascinante, ma ancora discussa dagli studiosi.
Perché tanti famosi amano gli scacchi?
Le ragioni sono molte, ma ne emergono tre:
- Allenano la mente. Concentrazione, memoria, capacità di pianificare: qualità utili a un generale come a un regista.
- Insegnano a perdere e a rialzarsi. Ogni sconfitta è una lezione, come ricordava Franklin.
- Sono un linguaggio universale. Non serve parlare la stessa lingua per giocare una partita.
Ed è forse questo il messaggio più bello da portare ai nostri allievi: gli scacchi non sono un gioco per pochi geni, ma una passione che ha unito imperatori, scienziati, artisti e campioni dello sport. Basta una scacchiera e la voglia di pensare.
E voi? Conoscete altri personaggi famosi appassionati di scacchi? Scrivetelo nei commenti.
Un’amicizia lunga una scacchiera

La pagina di oggi dello Scaccodiario è dedicata al mio amico Salvatore Fenu: uno dei più importanti Istruttori Nazionali SNaQ della Sardegna, ma anche un entusiasta sostenitore — e, non di rado, ispiratore! — del Metodo Ideografico.
Ci lega un’amicizia che risale ai primi anni Novanta, cresciuta insieme alla passione per l’insegnamento e la divulgazione della cultura scacchistica. Anzi, a dirla tutta, è stato proprio lui a trasmettermi il gusto di scoprire i “classici” della letteratura scacchistica: quei libri che non ti insegnano soltanto a giocare meglio, ma ti fanno amare ancora di più gli scacchi.
Ci siamo conosciuti nei tempi “eroici” — si fa per dire! — in cui la nostra formazione passava attraverso i pochi libri disponibili in italiano, le enciclopedie e gli Informatori jugoslavi. Abbiamo giocato insieme nelle squadre della nostra città, condividendo tante soddisfazioni e numerose promozioni nelle serie superiori. Con noi, in quel quartetto che ricordo con affetto, c’erano l’indimenticato amico Maurizio Figus e Federico Giovanni Tanda.
Salvatore è stato al mio fianco, come un vero “braccio destro”, anche nelle avventure dirigenziali: dal Circolo al Comitato Regionale, fino al mio impegno in Federazione. Ho sempre ascoltato con interesse le sue idee “strategiche” sulla diffusione degli scacchi nella società, anche quando non coincidevano con le mie. Del resto, tra amici, il confronto serve anche a questo: a guardare la posizione da un’altra prospettiva.
Su un punto, però, siamo sempre stati in piena sintonia: lo sviluppo degli scacchi passa, prima ancora che dall’attività agonistica, da un lavoro di alfabetizzazione ludica e interdisciplinare nelle scuole. Prima dei risultati vengono la scoperta del gioco, il piacere di imparare e la possibilità di coinvolgere tutti. È il lavoro spesso “invisibile” di tanti istruttori, che ogni giorno fanno conoscere il nostro gioco ben oltre la cerchia degli appassionati.
Anche sul piano didattico l’intesa è totale. Spesso è proprio Salvatore a spronarmi a formulare quei proverbi “intramuscolari”, come gli piace chiamarli: frasi lapidarie, capaci di lasciare il segno e di far ricordare un concetto. Utilizza il Metodo Ideografico nei suoi corsi e ci ritroviamo spesso a collaborare in progetti come “Tutti a Iscol@”, finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna per contrastare l’abbandono scolastico.
E naturalmente non poteva mancare, nel 2021, alla fondazione dell’ASD Romangia Scacchi a Sorso, insieme al presidente Antonio Roggio. Una nuova avventura, arrivata dopo l’amara esperienza della chiusura dello storico circolo Torres: il primo circolo scacchistico sardo affiliato alla FSI, dal 1971. Una realtà le cui esigenze, a mio avviso, non avevano trovato nelle istituzioni sassaresi l’ascolto e il sostegno che meritavano.
Con Salvatore, insomma, abbiamo condiviso partite, libri, progetti e qualche inevitabile delusione. Ma soprattutto ci accompagna ancora la stessa voglia di far conoscere gli scacchi e di trasmetterne il piacere agli altri. E questa, dopo tanti anni, resta la nostra intesa più bella.