L’arte dell’esca e del tranello.

Introduzione

C’è un momento preciso, noto a qualunque scacchista, in cui la mano scatta verso un pezzo con impulsiva voracità: un pedone indifeso da catturare, una Donna avversaria apparentemente lasciata in presa, un facile scacco che sembra coronare un attacco travolgente. È l’istante fatidico dell’adescamento. Pochi secondi dopo, quando l’avversario risponde non con la disperazione attesa ma con una mossa fredda, chirurgica e devastante, l’euforia si dissolve in un brivido gelato: il rapido pentimento.

Questa dinamica, antica quanto il gioco stesso, rappresenta il cuore pulsante della tattica e della psicologia scacchistica: l’incontro fatale tra la cupidigia materiale e l’energia dinamica nascosta.
La mia massima ovviamente vale anche quando il difensore casca nel tranello, in questo caso il pentimento sarà per lui.

Esamineremo due tipi di “esca”: quello tattico (il cosiddetto adescamento, appunto) e quello psicologico, in cui un giocatore viene illuso di un facile guadagno materiale.


1. La meccanica del tranello: perché l’esca funziona?

Mentre una combinazione classica viene definita da Mikhail Botvinnik come «una variante forzata con un sacrificio» in cui il risultato si impone matematicamente, la trappola appartiene a una sfera più sottile e psicologica. Come osserva magistralmente Mark Dvoretsky, l’avversario non è obbligato a entrare in una trappola: per attirarlo dentro è necessaria un’esca (bait). Dobbiamo tentarlo con un’opportunità all’apparenza elementare di guadagno materiale o posizionale, contro la quale abbiamo preparato una confutazione celata.

Non a caso, il celebre Grande Maestro e aforista Savielly Tartakower esclamava con pungente ironia:

«Le trappole dovrebbero essere proibite dalla polizia!»

In termini teorici, come illustrano Il’ja Bondarevsky e Peter Romanovsky, l’esca opera una straordinaria conversione: al momento dell’offerta, il materiale scacchistico si trasforma in energia cinetica. Chi cade nell’adescamento guarda solo al valore statico del pezzo incamerato, ignorando che la figura catturata ha abbandonato una diagonale vitale o che il proprio Re è stato trascinato a cielo aperto.


2. Geometria dell’inganno: adescamento (Attraction) contro deviazione (Deflection)

Nella letteratura tecnica, la terminologia distingue accuratamente le modalità con cui l’avversario viene tratto in inganno:

  • L’Adescamento (Attraction o Decoy): Consiste nel costringere o invitare un pezzo (spesso il Re o la Donna) a posizionarsi su una casa precisa e sfavorevole, dove diventerà il bersaglio immediato di un colpo tattico successivo (un doppio attacco, un’infilata o una rete di matto). Come nota Antonio Gude, l’adescamento è una «fatale attrazione» (tanto che io spesso la chiamo “calamita” o “strattone”) verso una coordinazione letale.
  • La Deviazione (Deflection): Mira invece a distogliere un pezzo guardiano dalla difesa di una casa o di una figura critica, facendolo allontanare dal teatro delle operazioni.
  • Lo Pseudosacrificio: Rudolf Spielmann e Mihai Suba ricordano che l’adescamento si basa sovente su «sacrifici finti» (sham sacrifices): sacrifici temporanei in cui il materiale ceduto come esca viene recuperato forzatamente con gli interessi entro pochissime mosse.

3. Galleria storica: aneddoti, curiosità e miniature immortali

La storia degli scacchi è costellata di drammatici episodi di adescamento e pentimento, sia a livello di caffè parigini sia nelle massime arene mondiali.

Il Peccato Originale: Il Matto di Légal (1750)

L’archetipo universale di questa tragedia in tre atti è la celeberrima sfida tra il Sire de Légal (maestro di Philidor) e Saint-Brie al Café de la Régence di Parigi. Dopo le mosse di apertura, Légal tese l’esca più velenosa di tutte: offrì la propria Donna con 5.Cxe5!.


Saint-Brie, abbagliato dall’adescamento, non esitò un istante e catturò avidamente con 5…Axd1??, pregustando un trionfo immediato. Il pentimento giunse in due sole mosse: 6.Axf7+ Re7 7.Cd5#! Un matto fulmineo al centro della scacchiera con soli pezzi leggeri.

Curiosità storiche:

  1. Denis Diderot, nel suo capolavoro Il nipote di Rameau, immortalò le sfide al Café de la Régence descrivendo Légal come «il profondo», capace di concepire mosse in grado di sconvolgere i testimoni.
  2. L’impatto culturale di questa sequenza fu tale che, nel 1882 a Mosca, durante l’operetta Il cadetto di marina al teatro all’aperto dell’Ermitage, il corpo di ballo inscenò una partita con scacchi viventi coreografata proprio sulle dieci mosse del tema di Légal!
  3. I grandi didatti moderni come Lev Alburt mettono però in guardia contro l’«Il-Légal’s Mate»: se il Nero risponde freddamente con 5…Cxe5!, il bluff del Bianco evapora e a pentirsi amaramente è chi ha teso la trappola.

Le “spine delliIngordigia”: da Botvinnik a Reshevsky

John Nunn e Bernard Cafferty ricordano una verità scolpita nella pietra: negli scacchi, a differenza della vita reale, l’avidità eccessiva viene quasi sempre brutalmente punita. Chi va a caccia di pedoni sacrificando lo sviluppo e la sicurezza del Re finisce immancabilmente al centro di una spietata caccia all’uomo (king-hunt).

  • Il Pedone Avvelenato in b2: Persino Rudolf Spielmann, maestro dell’attacco combinativo, cadde nella rete contro Mikhail Botvinnik (Mosca 1935). Entrato nelle complicazioni per catturare il “pedone avvelenato” in b2, commise un errore di calcolo sull’intrappolamento della Donna, scoprendo troppo tardi che la trappola era congegnata su geometrie impreviste.
  • L’autocritica di Reshevsky: Il Grande Maestro Samuel Reshevsky confessò di essersi fatto sedurre troppe volte da guadagni materiali ingannevoli e facili tentazioni, aggiungendo amaramente che le partite perse o pattate per pura avidità sarebbero bastate a riempire cinque volumi intitolati «The Thorns of Chess Greed» (Le spine dell’ingordigia scacchistica).
  • La battuta di Aagaard: Commentando la frettolosa cattura 19…Cxb3? in una partita magistrale di Krasenkow, Jacob Aagaard ammonisce con ironia:

«L’avidità non è una buona cosa. Non credete a quel Michael Douglas nel film Wall Street: stava solo recitando!»

Gli “swindles” di Marshall e le insidie di Mikhail Tal

Se subire l’adescamento è una tragedia, saperlo provocare nelle posizioni disperate è un’arte sublime:

  • I “Marshall swindles”: Frank Marshall raccolse nel suo celebre libro del 1914 le sue più audaci risorse da posizioni inferiori, dimostrando come un’esca inattesa gettata sulla scacchiera possa mandare in tilt la prudenza di chi crede di avere già il punto in tasca.
  • L’adescamento secondo Tal: Mikhail Tal spiegava che il modo migliore per vincere è condurre l’avversario «in una foresta oscura dove 2+2=5 e il sentiero d’uscita è largo abbastanza per uno solo». Nella partita Klasups–Tal (Riga 1952), Tal giocò un malizioso sacrificio di Cavallo (19…Ce4!). L’avversario non seppe resistere al richiamo dello scacco 20.Cf7+?, considerandolo un colpo vincente, per poi scoprire che la trappola era scattata e la posizione bianca era irrimediabilmente perduta. In modo analogo, contro Vasily Smyslov nel 1959, Tal collocò l’esca con 11.Ac4!: Smyslov giocò rapidamente 11…b5, abboccando all’amo tra le soddisfazioni del “Mago di Riga”.

Il Cavallo-esca di Mark Dvoretsky (1973)

In un finale apparentemente destinato alla patta contro Andrey Khachaturov, Mark Dvoretsky concepì un tranello raffinatissimo giocando 38.Ca8!. Il Cavallo nell’angolo della scacchiera recitò perfettamente la parte dell’esca: Khachaturov non resistette alla tentazione di tentare di intrappolarlo con 38…Ad7?, permettendo al Re bianco di invadere le case chiave e vincere la partita in poche mosse.


4. Psicologia della caduta: Da «Hope chess» a «Real chess»

Perché anche i giocatori esperti cadono in esche così trasparenti a posteriori?

  1. La trappola dello “Scacchi speranzosi” (Hope Chess): Come teorizza Dan Heisman, troppi giocatori muovono guidati dal pio desiderio, catturando un pezzo o un pedone senza verificare preliminarmente le risposte forzanti dell’avversario (scacchi, catture, minacce). Il giocatore amatoriale si ferma al guadagno immediato, omettendo di contare la sequenza forzata fino alla fine.
  2. L’illusione di controllo e il rilassamento: Antonio Gude sottolinea che quando un giocatore acquisisce un netto vantaggio materiale, la concentrazione e l’autodisciplina tendono fisiologicamente a rilassarsi. Più spesso di quanto si creda, quel vantaggio materiale si trasforma in un boomerang letale.
  3. Il giudizio severo di Romanovsky: Peter Romanovsky ammonisce che «giocare per la trappola» a scapito del piano strategico è un pessimo affare, poiché giocare mosse oggettivamente deboli sperando nella svista altrui scredita l’arte del gioco. Tuttavia, quando l’avversario cede all’esca per superficialità o fretta, la condanna sulla scacchiera è immediata.

5. La Checklist del giocatore prudente: come evitare l’amo

Prima di allungare la mano per raccogliere il “regalo” dell’avversario, imponiti questa routine mentale di sicurezza:

  • «Timeo Danaos et dona ferentes»: Se un pedone centrale, un pezzo o la Donna avversaria sembrano indifesi senza un’apparente giustificazione, assumi sempre che si tratti di una trappola fino a prova contraria.
  • Cerca la “Power move” nemica: Prima di catturare, elenca tutti i possibili scacchi, le catture intermedie (zwischenzug) e le minacce di matto con cui l’avversario può replicare.
  • Conta le case di fuga: Nel caso di catture con la Donna in territorio nemico (soprattutto in b2 o a7), calcola accuratamente le vie di ritirata: il rischio di finire in prigione (trapped piece) è altissimo.

Bibliografia Ragionata

  • Mark Dvoretsky — School of Chess Excellence 2: Tactical Play (Edition Olms, 2003)
    Opera fondamentale per comprendere l’architettura delle trappole, il ruolo psicologico dell’esca e la gestione del rischio. Dvoretsky analizza magistralmente la distinzione tra la combinazione deterministica e l’induzione all’errore pratico.
  • Antonio Gude — Fundamental Chess Tactics (Gambit Publications, 2017)
    Trattato completo sulla tassonomia combinatoria. Offre definizioni rigorose di adescamento (decoy), deviazione (deflection) e autosoffocamento, illustrando con lucidità come l’ingordigia materiale e il calo di concentrazione si trasformino in un boomerang.
  • Peter Giannatos — Everyone’s First Chess Workbook (New In Chess, 2022)
    Manuale didattico esemplare nella differenziazione operativa tra attraction (attirare un pezzo su una casa deleteria per imbastire un motivo geometrico) e deflection (allontanare il guardiano difensivo).
  • Yakov Neishtadt — Queen Sacrifice (Pergamon Press, 1991)
    Monografia dedicata al sacrificio della figura più preziosa. Esamina l’adescamento portato ai suoi estremi estetici, dal Matto di Légal alle combinazioni di matto affogato e scacco doppio.
  • Jacob Aagaard — Attacking Manual I & II (Quality Chess, 2008-2010)
    Un’analisi profonda e ironica della dinamica d’attacco. Sviscera le conseguenze letali della greed (ingordigia ingiustificata) e la forza d’urto dell’iniziativa dinamica contro i cacciatori di pedoni.
  • John Nunn & Bernard Cafferty — The King-Hunt (Batsford, 1996)
    Studio monografico sulle cacce al Re. Approfondisce come l’avidità prematura nell’apertura (esemplificata dal pedone avvelenato in b2) porti inesorabilmente il monarca a essere inseguito e abbattuto su linee aperte.
  • Dan Heisman — Il Conteggio Negli Scacchi: Sicurezza e Progresso Amatoriale / World’s Most Instructive Amateur Games
    Testi cardine per la diagnosi degli errori amatoriali. Heisman scompone il fallimento nel calcolo, evidenziando il contrasto tra il gioco passivo/speranzoso (Hope Chess) e il controllo metodico della sicurezza dei pezzi.
  • Frank Marshall — Marshall’s Chess Swindles (1914)
    Testo storico pionieristico in cui il maestro americano teorizza l’uso deliberato dell’inganno, dell’esca e del tranello per ribaltare situazioni compromesse.
  • Karsten Müller & Raymund Stolze — The Magic Tactics of Mikhail Tal (New In Chess, 2012)
    Esplora la dimensione psicologica e intuitiva del sacrificio: come Tal riusciva a confondere gli avversari invitandoli a raccogliere materiale per poi scatenare tempeste tattiche irresistibili.

Il Gambetto Islandese

Inquadramento e Sequenza di Mosse:

Il Gambetto Islandese scaturisce dalla sequenza 1.e4 d5 2.exd5 Cf6 3.c4 e6!?

La continuazione principale prevede 4.dxe6 Axe6, dove il Nero cede un pedone centrale per massimizzare la velocità di mobilitazione dei propri pezzi.
Esiste una ramificazione denominata Delayed Icelandic Gambit (Gambetto Islandese Ritardato) originata dall’ordine di mosse: 1.e4 d5 2.exd5 Cf6 3.d4 Ag4!? 4.f3 Af5 5.c4 e6 6.dxe6 Cc6!, che traspone nel Gambetto Portoghese.

Origini Storiche ed Esponenti:

L’apertura è emersa alla fine degli anni ’80 grazie a giovani maestri islandesi (in seguito Grandi Maestri), nello specifico Hannes Stefansson e Throstur Thorhallsson.

Ha raggiunto un picco di popolarità nel corso degli anni ’90.
Tra i giocatori che hanno impiegato con successo il sistema figurano l’IM David Strauss, il GM Darwin Laylo e il GM Julian Hodgson (celebre la partita Kuijf-Hodgson, Wijk aan Zee 1989).

Piani Strategici e Tattici del Nero:

Sviluppo rapido e linee aperte: Il Nero punta ad aprire le colonne centrali, piazzare le torri al centro e arroccare sul lato di donna.

Pressione sul Re bianco: L’obiettivo primario è impedire al Bianco di consolidarsi, sfruttando la colonna aperta e e la morsa sulla casa d4 prima che il monarca avversario trovi riparo.

Linee Critiche e Risposte del Bianco:

  • 5.Cf3!: È considerata all’unanimità la mossa migliore e il test critico della variante per evitare di concedere tempi di sviluppo gratuiti al Nero.
    • In risposta a 5.Cf3, la linea moderna fa perno su 5…De7! seguita da 6.De2 Cc6 7.d4 0-0-0 (o 7…Ag4), poiché la ritirata/sviluppo 5…Cc6 6.d4 Ab4+ 7.Cc3 non offre al Nero compenso sufficiente.
  • 4.d4?!: Considerata priva di ambizione; dopo 4…exd5 5.Cc3 Ab4! il Nero ottiene una versione vantaggiosa della Variante di Cambio della Difesa Francese.

Discrepanze e Valutazioni Teoriche Divergenti:

Scetticismo Teorico (Houska / Emms): Jovanka Houska sostiene che oggettivamente il Nero non possieda pieno compenso per il pedone (“objectively Black probably doesn’t have sufficient compensation”); John Emms concorda affermando che dal punto di vista teorico il Bianco dovrebbe mantenere il vantaggio, pur rilevando che a livello pratico il Nero ha mantenuto percentuali elevate, fino al 50%.

Piena Correttezza (Lakdawala): Cyrus Lakdawala contraddice la visione scettica, definendo il sistema “absolutely sound” alla luce del pesante ritardo di sviluppo in cui incorre il Bianco.

Rifiuto Statistico (Soszynski): Marek Soszynski rifiuta l’Islandese nel proprio repertorio a favore di 3…c6, evidenziando come quest’ultima sia più solida, ottenga statistiche migliori (“safer and scores better”) e superi nettamente 3…e6 in popolarità.

Bibliografia Ragionata

  • John Emms – The Scandinavian (Everyman Chess, 2004, 2ª ed.):
    • Capitolo di Riferimento: Capitolo 10 (2…Nf6: The Icelandic Gambit (3 c4 e6), pp. 166–174).
    • Contenuto ed Analisi: È la trattazione teorica più dettagliata presente nelle fonti. Analizza la genealogia storica islandese, la confutazione del piano passivo del Bianco e le partite magistrali (Morin-Corbat, Kuijf-Hodgson, Martin del Campo-Thorhallsson, Thirion-Berend). Classifica 5.Cf3 come test critico e dimostra come il Nero possa ottenere compenso posizionale inatteso attraverso 5…De7 e 7…Ag4.
  • Jovanka Houska – Starting Out: The Scandinavian (Everyman Chess, 2009):
    • Capitolo di Riferimento: Capitolo 15 (3 c4 and 3 Bb5+, pp. 177–179).
    • Contenuto ed Analisi: Fornisce un’introduzione didattica orientata ai principi guida (controllo di d4, pressione sulla colonna e aperta). Pur ammettendo l’insufficienza oggettiva a gioco corretto, evidenzia l’utilità pratica della linea contro giocatori impreparati che cadono nelle trappole derivanti da 5.d4?! Ab4+.
  • Cyrus Lakdawala – First Steps: The Scandinavian (Everyman Chess, 2017):
    • Capitoli di Riferimento: Introduzione e Capitolo 6 (2…Nf6, pp. 58–59, 73).
    • Contenuto ed Analisi: Rappresenta la voce dichiaratamente a favore della variante nel panorama teorico. Illustra partite pratiche di maestri d’attacco (Strauss, Laylo, Hodgson) e argomenta che il massiccio vantaggio di mobilitazione del Nero offra una piena e corretta compensazione dinamica.
  • Marek Soszynski – The Scandinavian Defence: Winning with 2…Nf6 (MarekMedia, 2022):
    • Capitoli di Riferimento: Introduzione e Capitolo 4 (1.e4 d5 2.exd5 Nf6 3.c4 c6).
    • Contenuto ed Analisi: Costituisce la prospettiva critica e prudenziale. L’autore sceglie esplicitamente di omettere il Gambetto Islandese dal proprio repertorio consigliato per il Nero, giudicando la spinta alternativa 3…c6 più solida, affidabile e supportata da percentuali statistiche di punteggio superiori.
  • Sergey Kasparov – Understanding the Scandinavian (Gambit Publications, 2015):
    • Capitolo di Riferimento: Capitolo 6 (2…Nf6, p. 165).
    • Contenuto ed Analisi: Inquadra sinteticamente 3…e6 come alternativa “più ambiziosa e rischiosa” rispetto alla solida trasposizione operata tramite 3…c6 verso le strutture Panov.
  • Selby Anderson – Scandinavian: The Portuguese Variation (Pickard & Son, 1997):
    • Capitolo di Riferimento: Capitolo 5.
    • Contenuto ed Analisi: Esamina la risposta del Bianco 3.c4 e contestualizza l’Islandese come sistema gemello della variante Portoghese (3.d4 Ag4), con cui condivide la filosofia di gioco basata sul sacrificio pedonale per l’iniziativa immediata.
  • John Roush, Mark Lance & Mike Cornell – Scandinavian Defense: Portuguese Variation (CEI, 1997):
    • Capitolo di Riferimento: Capitolo 1 (Delayed Icelandic Gambit, pp. 13–20)
    • Contenuto ed Analisi: Documenta in modo specifico la deviazione tattica del “Gambetto Islandese Ritardato” (1.e4 d5 2.exd5 Nf6 3.d4 Bg4!? 4.f3 Bf5 5.c4 e6 6.dxe6 Nc6!), fornendo schemi di sviluppo alternativi per aggirare le preparazioni standard del Bianco

Serafino Dubois

Serafino Dubois, il campione romano che sfidò l’Europa

Il 10 ottobre 1817 nasceva a Roma Serafino Dubois, il giocatore che le fonti italiane descrivono senza esitazioni come “il più forte scacchista italiano dell’Ottocento” (Wikipedia). Eppure il suo nome, fuori dalla cerchia degli appassionati di storia, è quasi dimenticato. Vale la pena di riscoprirlo: la sua vita racconta i grandi match dell’epoca romantica, la scomparsa delle antiche regole italiane e l’inizio del lungo isolamento scacchistico del nostro Paese.

Gli anni romani e il match con Wyvill

Nella prima metà dell’Ottocento i tornei erano rari e i maestri si misuravano soprattutto in match. Dubois ne giocò molti contro i migliori d’Europa, dagli anni Quaranta ai Sessanta, e perdeva di rado, spesso concedendo pedone e mossa di vantaggio (Wikipedia).

Il primo grande banco di prova fu la lunga serie del 1846 a Roma contro l’inglese Marmaduke Wyvill, uno dei migliori giocatori britannici: Dubois vinse 55-26 a gioco pari e perse 39-30 quando concedeva pedone e mossa (Wikipedia). Il dato acquista valore se si pensa che Wyvill, cinque anni dopo, sarebbe arrivato secondo nel primo torneo internazionale della storia, Londra 1851 (Jeremy Spinrad, ChessCafe).

A Londra 1851 Dubois non c’era. Nelle sue memorie racconta di aver chiesto al Duca Caetani, suo protettore, di promuovere una sottoscrizione, ma il nobile “cominciò a tergiversare e a prendere la cosa in burletta”: “così perdetti la più bella occasione che mi si fosse mai presentata di fortificarmi al contatto dei Grandi Maestri” (Uno Scacchista). E aggiunge, con un velo di amarezza, che Wyvill, al quale poteva “dare qualsiasi pedina e mossa”, prese il secondo premio.

Parigi 1855: trionfo alla Régence

Nell’estate del 1855 Dubois partì per Parigi, convinto di partecipare a un grande torneo legato all’Esposizione universale; il torneo saltò e lo seppe quando era già in viaggio (Le Café de la Régence). Restò comunque mesi in città e al celebre Café de la Régence giocò almeno quattro match, battendo Jules Arnous de Rivière (21 vittorie, 8 sconfitte, 3 patte), Seguin, Budzinsky e Lécrivain (22 vittorie, 5 sconfitte, 2 patte) (Wikipedia).

Le memorie di quel soggiorno sono deliziose. Dubois incontrò il futuro presidente della Repubblica Jules Grévy, giudicato “un giocatore di bella forza”, e giocò più volte con il poeta Alfred de Musset, al quale finì per concedere pedone e due mosse (Le Café de la Régence). Musset, che teneva spesso accanto a sé una bottiglia di assenzio, dopo qualche sconfitta gli ricordò piccato che La Bourdonnais gli dava il cavallo e perfino la torre; la discussione si chiuse con un brindisi di champagne all’attrice Adelaide Ristori (Le Café de la Régence). Dubois riassunse l’estate con una battuta orgogliosa: gli italiani trionfavano su tutta la linea a Parigi, “Verdi all’Opéra, Ristori agli Italiens e Dubois alla Régence” (Le Café de la Régence).

Di ritorno a Roma, nel 1858 batté al Caffè Antonini lo scrittore russo Ivan Turgenev, in 25 mosse e dandogli pedone e mossa (Wikipedia).

Quanto era forte, in termini moderni? Secondo le stime retrospettive di Chessmetrics, Dubois toccò il suo massimo nel gennaio 1857 con 2642 punti e fu il primo della classifica mondiale per trenta mesi, da marzo 1856 ad agosto 1858, quando fu superato da Paul Morphy (Wikipedia). È una ricostruzione statistica da prendere con cautela, ma conferma l’impressione dei contemporanei.

Londra 1862 e la sfida con Steinitz

Il palcoscenico internazionale arrivò finalmente con il torneo di Londra del 1862, giocato durante la seconda Esposizione universale. Dubois si classificò quinto, davanti a un giovane Wilhelm Steinitz, futuro primo campione del mondo (Wikipedia). I premi andarono ad Anderssen (100 sterline), Paulsen, Owen, MacDonnell, Dubois (10 sterline) e Steinitz (5 sterline) (Viquipèdia).

Il risultato avrebbe potuto essere migliore: Dubois perse sulla scacchiera solo con Steinitz e Anderssen e batté Paulsen, ma per problemi di salute dovette lasciare a tavolino i punti contro MacDonnell e Owen (Wikipedia DE). Lui stesso scrisse di essere arrivato a Londra “già indebolito di corpo e di spirito” (Uno Scacchista).

Subito dopo il torneo Steinitz lo sfidò a un match e vinse con 5 vittorie, 1 patta e 3 sconfitte (Wikipedia DE). Una curiosità: Bobby Fischer commentò quelle partite in un articolo, sostenendo che il match fu equilibrato finché i due non si accordarono per dividere la posta a prescindere dal risultato; a quel punto Dubois si rilassò e Steinitz prese il sopravvento (Uno Scacchista).

Una partita memorabile

La partita più celebre di Dubois è, paradossalmente, una sconfitta: Dubois-Steinitz, Londra 1862. È però una lezione perfetta su due temi: l’attacco di pedoni contro l’arrocco e il pericolo dell’inchiodatura dell’alfiere in h4/g3. La notazione segue il libro del torneo del 1864, nella versione riportata da Wikipedia DE.

Dubois – Steinitz, Londra 1862 (Partita Italiana, “Pianissimo”)

1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ac4 Ac5 4.O-O Cf6 5.d3 d6 6.Ag5 h6 7.Ah4 g5 8.Ag3 h5 9.h4 Ag4 10.c3 Dd7 11.d4 exd4 12.e5 dxe5 13.Axe5 Cxe5 14.Cxe5 Df5 15.Cxg4 hxg4 16.Ad3 Dd5 17.b4 O-O-O 18.c4 Dc6 19.bxc5 Txh4 20.f3 Tdh8 21.fxg4 De8 22.De2 De3+ 23.Dxe3 dxe3 24.g3 Th1+ 25.Rg2 T8h2+ 26.Rf3 Txf1+ 27.Axf1 Tf2+ 28.Rxe3 Txf1 29.a4 Rd7 30.Rd3 Cxg4 31.Rc3 Ce3 32.Ta2 Txb1 33.Td2+ Rc6 34.Te2 Tc1+ 35.Rd2 Tc2+ 36.Rxe3 Txe2+ 37.Rxe2 f5 0-1

Spunti didattici:

  • 7…g5 e 8…h5. All’epoca questa avanzata diretta dei pedoni di Steinitz era un concetto nuovo (Wikipedia DE). Il Nero non ha ancora arroccato e può permettersi di “lanciare” i pedoni contro il Re bianco.
  • 17…O-O-O. Steinitz lascia un pezzo per aprire la colonna h: l’alfiere c5 è perduto, ma le torri arrivano sul Re bianco.
  • Il 22° tratto. Il Bianco poteva difendersi meglio con 22.Af5+ Rb8 23.Te1, già indicato da Tarrasch nel 1897 (Wikipedia DE). Una curiosità per gli allievi più grandi: quasi tutti i libri, da Réti a Euwe, riportano per errore 22.De1, ripetendo un refuso apparso già nel 1862 (Wikipedia DE). È un buon esempio di come anche le fonti classiche vadano verificate.

La trappola nascosta

Dalla stessa posizione nasce una trappola famosa. Nella partita Knorre-Čigorin, San Pietroburgo 1874, dopo le prime otto mosse identiche il Bianco prese il pedone con 9.Cxg5 e fu punito (Wikipedia DE):

9.Cxg5 h4 10.Cxf7 hxg3 11.Cxd8 Ag4 12.Dd2 Cd4 13.Cc3 Cf3+ 14.gxf3 Axf3 0-1

Il Nero sacrifica la Donna e il matto, con il pedone g3 o con la torre h8, non si può più evitare. Steinitz aveva già pubblicato la variante nelle sue note, e la stessa sequenza ha dato vittorie lampo al Nero fino ai giorni nostri (Wikipedia DE). Proporla agli allievi come esercizio (“Il Bianco può prendere in g5?”) funziona sempre.

Il paladino delle regole italiane

Dubois giocò all’estero con le regole “francesi”, cioè quelle oggi internazionali, ma in Italia si giocava ancora “all’italiana”. Le differenze principali erano tre (Uno Scacchista):

  1. Niente presa en passant, sostituita dal “passar battaglia”.
  2. Arrocco libero: Re e Torre, scavalcandosi, potevano fermarsi su varie case. L’arrocco corto di oggi era chiamato “arrocco alla calabrese”, forse in omaggio a Gioachino Greco.
  3. Promozione limitata: il pedone poteva promuovere solo a un pezzo già catturato; se non ce n’erano, restava “sospeso” sull’ottava traversa in attesa.

Dubois difese strenuamente queste regole, sostenuto quasi solo dal russo Carl Jaenisch (Uno Scacchista). Nel 1874 scrisse l’articolo “Giuoco italiano o giuoco francese?”, che ebbe poco seguito, e alla fine consigliò agli amici di smettere ogni resistenza (Uno Scacchista). L’Italia adottò le regole internazionali nel 1881, anche se si diffusero ovunque solo verso la fine del secolo (Wikipedia).

Il canto del cigno delle regole italiane fu il Primo Torneo Nazionale di Roma, dal 25 aprile al 25 maggio 1875, giocato ancora con arrocco libero, senza en passant e con la promozione limitata (Accademia Scacchistica Romana). Nella fotografia ufficiale Dubois, allora cinquantottenne, è l’uomo in piedi, stempiato e con la barba bianca, leggermente a destra del tavolino centrale: lo ha identificato con certezza Valerio Luciani nel 2003, grazie a un’incisione de “L’Illustrazione Universale” dell’11 luglio 1875 (Accademia Scacchistica Romana).

Giornalista, teorico, organizzatore

Dubois fu anche un pioniere della stampa scacchistica. Nel 1847 curò a Roma la prima rubrica di scacchi italiana, su “L’Album”, e nel 1859 fondò con Augusto Ferrante “La Rivista degli Scacchi”, che uscì per un solo anno (Wikipedia). Fu la prima rivista scacchistica italiana: 24 numeri quindicinali, dal 15 gennaio al 30 dicembre 1859 (Accademia Scacchistica Romana).

Come teorico scrisse “Le principali aperture del giuoco degli scacchi sviluppato secondo i due sistemi italiano e francese” (1869-1873), opera in tre volumi rimasta incompiuta (Wikipedia). Gli si attribuiscono linee della Viennese e della Scozzese, oltre alla paternità teorica del Controgambetto Albin, che analizzò nel 1876 con un commento molto romano: “è una mia scappata, e ve la do per quel che vale” (Wikipedia).

Dopo un soggiorno di circa due anni nei Paesi Bassi dal 1863, tornò a Roma perché non riusciva ad abituarsi al clima (Wikipedia). Il suo ultimo match, nel 1881 contro Goldman di Manchester, finì 3-1 per lui; poi restarono soltanto “gli acciacchi della vecchiaia e i soliti problemi finanziari” (Wikiquote). Fu tra i promotori dell’Unione Scacchistica Italiana, nata nel 1898, un anno prima della sua morte (Schachfeld).

Le memorie e l’eredità

Verso il 1894 Dubois completò l’autobiografia “Quarant’anni di vita scacchistica” e chiese agli scacchisti di sottoscriverne la stampa, ma risposero una trentina di persone (Wikiquote). Le memorie uscirono postume a puntate tra il 1900 e il 1903 (Wikipedia). Oggi si possono leggere nel volume “Serafino Dubois – Quarant’anni di scacchi da campione”, che raccoglie l’autobiografia, una cinquantina di lettere inedite e oltre 300 partite con analisi verificate al computer (Scacco!).

Serafino Dubois morì il 15 gennaio 1899 a Roma (Wikipedia). Una sua frase sembra scritta apposta per chiudere la sua storia:

“Quando la morte si avvicinerà per applicarmi l’ultimo scacco matto, mi troverà con un libro di preghiere in mano e la scacchiera dinanzi.” (Wikiquote)

Dopo di lui l’Italia non ebbe più, per decenni, un giocatore capace di stare alla pari con i migliori del mondo. Ricordarlo oggi significa restituire al nostro Paese una pagina importante della storia degli scacchi.